di Lorenzo Berardi
Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA generativa
La nostra prima casa al mare: ancora stentiamo a crederci. Una vita di sacrifici per permettercene una e adesso ci siamo! Certo, questa non è Riccione, e nemmeno Cervia, ma entrambe non sono poi tanto lontane. La casa l’abbiamo comprata praticamente così com’era, chiavi in mano, con tutti i mobili appartenuti alla precedente proprietaria. Al rogito ci ha persino fatto uno sconto sul prezzo di vendita per tenerceli, e risparmiarsi così il disturbo di portarli via. Di sicuro, il letto matrimoniale e il divano in soggiorno torneranno utilissimi, prima di arredare tutto il resto come dio comanda. Davvero una brava persona, questa ex proprietaria, anche se non è delle nostre zone, ma campana, e pure divorziata. Certo, saranno poi fatti suoi. Noi siamo sposati da più di quarant’anni, e ora puntiamo alle nozze di smeraldo: il mondo è bello perché vario. Va detto che all’inizio non eravamo convinti di questa casa. In fondo, ci eravamo brigati a specificare all’agenzia immobiliare di escludere i lidi ravennati dalla nostra area di ricerca. Da giovani non li avevamo mai frequentati in modo assiduo, ma adesso che ci viviamo, dobbiamo ammettere che anche questa parte della Riviera romagnola non è malaccio. E soprattutto ha il vantaggio di essere meno cara rispetto a Cervia o Riccione. Il che non guasta mai, per due pensionati come noi costretti a far quadrare i conti dopo un esborso del genere.
Questa casa al mare è in realtà una casetta, o meglio un appartamentino. Sono settanta metri quadri sulla carta, ma in pratica i calpestabili sono cinque di meno. Sul davanti ha un’entrata autonoma protetta da un cancelletto, con posto auto e un praticello al cui centro hanno piantato un anemico nespolo (che sradicheremo). Prima della porta d’ingresso c’è un tratto piastrellato, dove si trovano un barbechiù in muratura e un bel pergolato in legno (lo dipingeremo di bianco) a schermare un tavolo per mangiare all’aperto. Sul retro, invece, la precedente proprietaria ha ricavato una sorta di serra, chiudendo con delle vetrate a vasistas un terrazzino. Lo aveva riempito di piante (ci siamo tenuti anche quelle), basse scaffalature piene di tomi sul Risorgimento e una scrivania sormontata da una lampada in stile liberty. I libri erano imbottiti di polvere e alcuni di essi non erano neppure scritti in italiano: chissà cosa se ne faceva. È stato un sollievo disfarci di tutta quella carta. Il soggiorno con angolo cottura e il bagno ci paiono un po’ datati, ma sembrano in buone condizioni, anche se quell’insistere sul bianco e sul blu denota pessimo gusto. Infine, le due camere da letto al primo piano potrebbero essere più spaziose, ma ce le faremo bastare quando finalmente verranno a trovarci le nipotine. A loro piacerà moltissimo nascondersi dietro alla siepe di oleandri e fare scherzi ai villeggianti. Tutto sommato l’insieme è grazioso. Peccato che questo quartiere non sia esteticamente il massimo e assomigli più alla periferia brianzola che a una località di villeggiatura al mare, nonostante i nomi delle strade siano tutti a tema nautico. La nostra casetta si trova all’angolo con viale del Pescatore, ma il suo indirizzo recita: via delle Nasse, 5. Entrambi non abbiamo idea di cosa siano queste benedette “nasse”. Divinità marine simili a sirene? Oppure, vista l’adiacenza con viale del Pescatore, potrebbe essere un altro modo di chiamare le reti da pesca? O forse si tratta di una specie di crostacei del luogo? Dobbiamo ricordarci di parlarne a Gioele. Lui chiede ad Alessia o a Gogol, e loro lo sapranno di sicuro.
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Stamattina abbiamo trovato una piccola folla fuori dall’uscio di casa. Il che è davvero bizzarro, perché siamo a febbraio e qui in questo periodo non ci vive, e nemmeno viene, praticamente nessuno. E infatti al telefono, prima che la linea cadesse di botto (a Lugo, dove abitano, «C’è poco campo», dice nostro figlio), abbiamo detto alle nipotine di aspettare maggio per venirci a trovare. Adesso si annoierebbero e basta. Ieri sera, di ritorno dalla passeggiata serale lungo la spiaggia, ci eravamo accorti di come l’unica auto parcheggiata in via delle Nasse fosse la nostra Ypsilon. Ci avevamo anche riso sopra, scherzando sul fatto che d’inverno le iniziali di questa località stiano per “Post” e per “Mortem”. Oggi, all’improvviso, è cambiato tutto e c’è un gran caos in giro. Macchine su macchine lasciate in doppia fila lungo viale del Pescatore. Ragazzi e ragazze con i loro smarfon puntati per aria a fotografare qualcosa. Colpi di clacson, schiamazzi, e due vetture dei vigili urbani con i lampeggianti accesi e una transenna metallica in mezzo. Allora ci siamo avvicinati e abbiamo interpellato una vigilessa con una gran coda di cavallo bionda, che anche lei stava scattando foto a raffica, sicuramente per riferire dell’accaduto ai suoi superiori:
«Signorina, è per caso successo qualcosa di brutto?»
«Ma no, al contrario! Non vedete?»
E ci ha indicato la nostra casetta. O meglio, la parte di essa che dà su viale del Pescatore, dietro alla siepe di oleandri e sotto alla chioma di un pino, che speriamo resti in buona salute. Poi ha aggiunto:
«È davvero incredibile: un Bang Xi originale! Ed è anche stupendo».
Bang Xi; mai sentito prima. Certo che questi cinesi arrivano proprio dappertutto. Persino a Forlì ormai ne incroci di continuo. A Ravenna, invece, quando vediamo degli orientali in giro, pensiamo sempre che possano essere turisti giapponesi, anche se in effetti è difficile che quelli li scarrozzino in pullman alla Coop della via Faentina. Ad ogni modo, che questo graffito che ha insozzato la nostra casetta sia opera di un cinese, di un nigeriano o di un cesenate per noi resta sempre un gran brutto segno di inciviltà. Che poi fosse almeno gradevole da vedere. Macché! È soltanto degrado, tale e quale ai versi dei pavoni in amore che imperversano qui a primavera e ci levano il sonno. Tanto per cominciare questo scarabocchio non è nemmeno colorato, ma in bianco e nero. Sembra tracciato col carboncino, come i segni di paciugo lasciati sui muri delle case dall’Alluvione del ’23. E poi è troppo grande, al punto da coprire l’intera parete ad angolo della nostra casetta, quella senza finestre affacciata su viale del Pescatore. Una parete di quattro metri per cinque, che avevamo appena fatto ritinteggiare in color vaniglia, spendendoci pure un patrimonio. Come se non bastasse, questa oscenità ritrae una creatura disgustosa, né uomo, né donna, né carne, né pesce. Ha ali da pipistrello, un corno sulla fronte, una zampa squamata che pare quella di un tacchino, e un terzo occhio sull’altra gamba. Oltre a un dettaglio davvero volgare, che preferiamo omettere. Deve sicuramente trattarsi di una di quelle bestie sataniche sulle copertine dei dischi di musica metall. Nostro figlio Gioele ebbe una fase del genere anche lui, quando si fece bocciare al secondo anno del Nervi-Severini e gli dicemmo che forse aveva confuso l’Artistico con l’Anticristo. Fortuna che in seguito mise la testa (e i capelli) a posto. Adesso ha uno studio da geometra a Lugo ed è un padre splendido per la Laura e la Sofia. Peccato vederlo così di rado, ma il suo lavoro, ci assicura, non gli dà un attimo di tregua.
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«Scusi, posso fare una foto al Bang Xi dal suo giardino?»
«Certamente. Faccia pure tutti i rilievi del caso. Lei lavora per il Comune?»
«Chi, io? Ma no… sono venuto qui apposta da Brescia, appena ho visto il reel su TikTok.»
«E allora ci ritorni a Brescia, lei e le sue Tic Tac, che questa è proprietà privata!»
Ecco, questo è solo un esempio di quanto dobbiamo sopportare ogni giorno, da quasi una settimana. Da quel maledetto martedì mattina non possiamo nemmeno uscire per andare a fare la spesa al Conad di viale dei Navigatori, qui accanto. Il baccano, la ressa, sono insopportabili. E proseguono fino a tarda sera. Avevano anche puntato un riflettore su quel muro deturpato della nostra casetta. Con il risultato che la notte quel fascio di luce ci impediva di prendere sonno. Così abbiamo fatto i diavoli a quattro e l’hanno rimosso, anche perché con i vetri dei fari sfasciati a martellate da un ignoto vandalo non poteva più funzionare. Persino quando accendiamo la televisione per distrarci, capita spesso di vedere la nostra casetta sullo schermo, con una di quelle giornaliste tutte in ghingheri, che snocciola simili assurdità:
«Ci troviamo nei pressi di Ravenna, nella località di Punta Marina. È proprio qui fra viale del Pescatore e via della Nasse che, come saprete, il 29 febbraio è apparsa un’opera di Bang Xi, la cui autenticità è stata confermata dal misterioso street artist sul proprio profilo Instagram. E, come potrete immaginare, ha subito destato un certo scalpore. Anche perché è stato creato sul muro di un’abitazione privata, quella di una coppia di anziani coniugi. Pensate, il signor Odoacre e la signora Malvina Albonetti ogni mattina si svegliano, vanno in giardino, e la prima cosa che vedono sopra alle loro teste è un capolavoro d’arte contemporanea! Ecco perché la vita di questi due pensionati è cambiata completamente. Hanno perso la propria privacy, ma sono divenuti delle celebrità sui social, al pari del Bang Xi che si trova dall’altro lato del muro della loro camera da letto. Poco fa abbiamo scambiato qualche parola proprio con il signor Albonetti, mentre andava a gettare la spazzatura. Sentiamo cosa ci ha detto».
«Signor Albonetti, cosa si prova ad avere un autentico Bang Xi sul muro di casa?»
«Glielo dico subito: un’autentica… rabbia. E anche un bel po’ di amarezza. Ascolti bene, sono giorni che telefono al Comune, chiedendo di occuparsene.»
«Ha deciso di donarlo alla città di Ravenna?»
«Sì, beh… io di certo non saprei nemmeno da dove cominciare con quella roba. Là sopra nemmeno ci arrivo. E allora è meglio che se ne occupi chi di dovere.»
«Sarebbe un gesto davvero bellissimo da parte sua. Un Bang Xi, in fondo, appartiene a tutti.»
«È proprio quello che dico io! Non è mica una mia responsabilità.»
Mai eravamo stati intervistati dalla televisione in vita nostra. E ci andava benissimo così. Mica bisogna dire qualcosa per forza, e poi non è che tutti abbiano qualcosa di interessante da dire. Da quando quella schifezza si è materializzata là sopra, abbiamo perso il conto delle volte che ci hanno praticamente obbligati a «rilasciare una dichiarazione». Loro fanno così: ti mettono un microfono o uno smarfon sotto al naso mentre stai uscendo di casa, oppure rientrandovi, e ti costringono a rispondere a quelle loro domande tutte uguali. Ma la cosa davvero fastidiosa è che più gli chiediamo di darci piuttosto una mano a far sparire quel graffito del demonio, più ci chiedono cosa ne pensiamo. Come se non fosse abbastanza chiaro! Lo odiamo. Persino Gioele – che in un vocale su uotzapp ci ha rivelato di soffrire di angorafobia (al che, gli abbiamo scritto di mettersi il maglione sintetico del Natale scorso) – ha preferito lavarsene le mani e stare alla larga da Punta Marina. Insomma, questo Bang Xi ci sta rovinando la vita. E la cosa vergognosa è che non si sa nemmeno che faccia abbia, anche se poi i cinesi si assomigliano tutti. In ogni caso, vorremmo proprio sapere dove abita. Ci penseremmo noi a ricambiarlo con la stessa moneta, insozzando casa sua.
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«Benvenuti alla prima edizione del nostro telegiornale di mercoledì 8 marzo. Cominciamo con una notizia dell’ultima ora. Il Bang Xi di Punta Marina, che reinterpretava il leggendario Mostro di Ravenna in chiave contemporanea, trasformandolo in una creatura schiava dei social, è sparito. Nessuno conosce ancora la dinamica dei fatti, ma la rimozione o la distruzione dell’opera è avvenuta la notte scorsa. Stamattina all’alba, infatti, i primi turisti a caccia di selfie e reel con l’opera, da pubblicare sui propri profili TikTok, Twitch e Instagram, hanno trovato al suo posto un’anonima parete color vaniglia. Per una ricostruzione dell’accaduto, si attende di esaminare i filmati delle telecamere installate attorno all’opera dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali. Filmati che sono già al vaglio degli inquirenti. La scomparsa improvvisa del Bang Xi è un duro colpo per la località balneare romagnola di Punta Marina, che era stata catapultata dalla sera alla mattina sotto ai riflettori internazionali. Beffato anche il sindaco di Ravenna, il quale proprio ieri aveva fatto approvare una delibera dal Consiglio comunale per coprire l’opera con una lastra di plexiglas, così da difenderla dai malintenzionati, nonché per proteggerla dagli agenti atmosferici.»
Finalmente ce ne siamo liberati. O, a dirla tutta, disfatti. Adesso dobbiamo attendere che gli ultimi giornalisti levino le tende per riappropriarci della nostra tranquillità, in attesa degli starnazzi dei pavoni, dei quali ci occuperemo a tempo debito. Da quando il Comune aveva trasformato viale del Pescatore e via delle Nasse in aree perdonali sempre intasate di gente era diventato impossibile persino fare una passeggiata qua attorno. Certuni addirittura scavalcavano la nostra siepe di oleandri, aiutandosi con scale da imbianchino, trespoli da potatore o seggioloni da arbitro di tennis, pur di avvicinarsi a quell’oscenità. Ne avevamo cacciati via sei in malo modo in una settimana. Comunque, abbiamo scoperto che avevamo fatto un po’ di confusione, ma alla nostra età può succedere. Quel vandalo cinese là, in realtà, deve essere esteuropeo perché sul Corriere Romagna di oggi – che abbiamo potuto leggerci in santa pace al Bar Centrale a colazione – lo chiamano Bansky.
Biografia
Lorenzo Berardi fa il giornalista e l’insegnante di lingue all’estero. Si occupa anche di marketing, ma prima o poi smette. Ha pubblicato un libro sulle radio libere bolognesi e uno sulle emittenti italofone d’Oltrecortina, oltre a qualche racconto e poesia qua e là. Litiga da anni con il polacco e con il rovescio bimane.






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